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martedì 12 febbraio 2013

WE PAISA’, JAMMUCCINN IN SERIE A

Quando il calcio si gioca al “campo sportivo”: viaggio tra le squadre non-cittadine che sognano, più o meno, la massima serie.
Una diapositiva di Roccacanuccia-Borgo a Buggiano, spettatori
paganti 3, quota abbonati 4 quel giorno la torcida roccacannuciese era in fiamme
NdF


Balotelli chi? Basta con i soliti elogi e le solite critiche ad un indiscusso protagonista del pallone nostrano, il vostro Zio Sagu adora parlare di argomenti di nicchia e l’espressione tipicamente napoletana che titola il mio articolo parla chiaro: spazio alla B e in particolare alle squadre “non di città”. 
Ve lo ricordate il miracolo Chievo? Gli scaligeri di un più giovane, ma non troppo, Gigi del Neri che partendo da un piccolo quartiere di Verona hanno scalato l’enorme montagna del professionismo per assaporare, seppur per una manciata di giorni, il gusto del primato da scudetto e poi accontentarsi (si fa per dire) di un’epica qualificazione in Europa. Correva l’anno 2001 e di Chievo in seguito non ce ne sono più stati, e nessuna squadra di paese al momento fa parte della massima serie, considerando che Chievo è comunque comune di Verona capoluogo di provincia. La riscossa delle paesane è però in atto, e vediamo allora chi nel giro di qualche anno andrà, come Davide contro Golia, a sfidare le nobili cittadine del calcio tricolore. 
Sassuolo, provincia di Modena, 41mila abitanti. Da quando i verdeneri emiliani sono in B, a Sassuolo non ci ha giocato più nessuno nel fine settimana e le gesta di Berardi, Terranova e soci si possono ammirare al più grande stadio Braglia nel capoluogo. Poco male per i tifosi costretti al trasfertino, perché Sassuolo è già da qualche anno sinonimo di spettacolo imperdibile in cadetteria e mister Di Francesco ha per le mani una corazzata che sta sbaragliando l’agguerrita concorrenza delle nobili decadute Livorno e Verona. Il presidente Lori tempo fa in un’intervista nominò due fantascientifiche parole: Champions League. Più fattibile con un Campionato Master alla play, ma chissà, il calcio ha sempre qualche storia impossibile da raccontare.
Empoli, provincia di Firenze, 48mila e rotti abitanti. I toscani tra il 2005 e il 2007 hanno avuto già l’onore e l’onere di rappresentare il nostro Paese in Coppa Uefa, peraltro senza grossi colpi di scena. Dopo la retrocessione la piccola società del presidente Corsi si è un po’ impelagata nelle sabbie mobili della seconda serie, lo scorso anno addirittura la Lega Pro sembrava ad un passo ma ai playout i biancoblu hanno evitato il peggio salvandosi a scapito del Vicenza. Al “Castellani” (lo stadio dell’Ikea come amano chiamarlo gli acerrimi cugini fiorentini) oggi si respira un’aria diversa: dopo un’avvio da film dell’orrore, la gestione Sarri ha cominciato a dare i suoi frutti e, guidati dall’inossidabile figliol prodigo Maccarone, dall’ex nazionale Ciccio Tavano e da un plotone di agguerriti giovani di talento (Pucciarelli e Saponara su tutti), i Desperados della torcida sono un po’ meno desperados e la rimonta è arrivata a toccare i playoff. 
Castellammare di Stabia, più di 64mila anime. A proposito di playoff, premetto che non amo particolarmente la parola Juve, ma associata a Stabia fa un po’ meno male parlarne. Eh già, perché le “vespe” sono una bella realtà della cadetteria. Piero Braglia è tecnico che la sa lunga e la coppia di presidenti Giglio-Manniello investe fortemente su una squadra che è una macedonia di esperti della categoria (Caserta, Bruno, Cellini, Gorzegno) e nuove leve di grande prospettiva (Mbakogu, Acosty e il duo di baby portieri Nocchi e Seculin). Oltretutto il sintetico campano è ambiente caldissimo per merito di una tifoseria che culla la squadra come la mamma con il suo bimbo. Un po’ meno prodigio, data la partenza di un certo Marco Sau, ma pur sempre promettente. 
Dalla Campania risaliamo in Veneto, direzione Cittadella in provincia di Padova, dove risiedono non più di 20mila abitanti e ci togliamo il cappello di fronte a Claudio Foscarini e al suo record. Il “Ferguson” di Riese Pio X (sembra un nome di un papa, è il paese che gli ha dato i natali) è infatti da ben 8 anni filati l’allenatore della compagine amaranto, una sorprendente eccezione in un paese dove la durata media di un tecnico equivale a due/tre sedute di allenamento. 
Gli euganei sono come la zanzara che dà fastidio un po’ di qua e un po’ di là: stazionano a centroclassifica con mostruosa costanza, cogliendo in qua e in là successi pesanti che scombinano la lotta promozione e la bagarre salvezza. Merito solo del mister? Macchè, il Citta dello scorso anno incantava con Pettinari e Bellazzini, oggi ci pensano Di Carmine, Di Nardo e un solido impianto difensivo ad esaltare i pochi ma buoni fedelissimi del “Tombolato”. E non dimentichiamoci di Pierobon, classe ’69, un amuleto contro la sfiga più che un secondo portiere. Ma in Italia, si sa, la scaramanzia regna e tanto vale tenerselo il vecchietto più che mandarlo in pensione. 
Il mio giro per il Belpaese alla caccia del nuovo Chievo si chiude in Abruzzo, a Lanciano (CH), patria della Virtus e di 36mila abitanti. I rossoneri sono gli esordienti assoluti di quest’anno e il fatto di essere novizi ha giocato a sfavore soprattutto di mister Carmine Gautieri che ha più volte rischiato di essere esonerato dal presidente, pardon, presidentessa Valentina Maio (lo sapete meglio di me, le donne sanno essere spietate). I risultati però sono pian piano arrivati e trascinati dai gol di Vastola e Volpe, dalle punizioni capolavoro di Mammarella e dalle parate di un super Leali, che ha studiato da un certo Gianluigi Buffon, i giovani abruzzesi sono ora in linea di galleggiamento. L’obiettivo massimo del Lanciano è certamente la salvezza, e magari uno stadio nuovo dato che il “Biondi” è un campo di patate in mezzo a un decadente velodromo. Ma se è vero che tutto il mondo è paese, perché un paese non può sperare un giorno di esser sul tetto del mondo?
Provinciali d’Italia, forza e coraggio, che di Juve, Milan e Inter il buon vecchio Zio ne ha già pieni i “cojones”.





Zio Sagu, @SaguReSole

giovedì 24 gennaio 2013

Italia allo STADIO brado

Viaggio alla scoperta di come il mondo dell’italico pallone spera (e si illude) di superare l’emergenza stadi.


Bentornato zio Sagu. Ebbene si, rompo un lunghissimo silenzio stampa tornando a scrivere su questo blog, sperando di focalizzare subito la vostra attenzione su una delle questioni più spinose del nostro malato pallone italico: l’emergenza stadi.

Avrei potuto parlare di caso-stadi, di questione-stadi, ma per me è una vera e propria emergenza. Da nord a sud, da Torino a Lecce, da Trieste a Palermo le nuove star del calcio italiano non sono più i pettinati, cotonati e scapestrati campioni della domenica; le luci della ribalta adesso illuminano sindaci, assessori, presidenti, progettisti, burocrati e chi più ne ha più ne metta. Già, perché il tifoso medio di oggi è sì impegnato a pagare le rate di Mediaset Premium o Sky Calcio, ma in gran segreto segue da vicino le vicende del nuovo stadio, quello che Zamparini quanto Ballotta, Lotito quanto Della Valle, gli hanno promesso a intervalli regolari. Si parla di immensi parcheggi, di centri commerciali e ristoranti sul modello delle “arena” e dei “park” anglo-tedeschi, di capienza allargata e manto erboso sintetico di ultima generazione (ma sappia telo, nonostante l’impatto visivo il campo fangoso di Terza Categoria mi trasmette più emozioni).

Progetti, scartoffie e castelli in aria. Ma quanti davvero hanno realizzato un nuovo impianto nel Belpaese?

Al momento solo le squadre del vecchio Regno di Savoia, Juventus e Cagliari, hanno compiuto il grande passo. Sollevando peraltro molti dubbi per la tenuta strutturale: lo Juventus Stadium è sempre pieno e certamente molto suggestivo, ma pare che la fretta di aprirlo lo abbia reso fragile come un Taralluccio.

E restando in tema di biscotti, “Is Arenas” sembra addirittura un Grancereale, pronto a spezzarsi in qualsiasi momento. Almeno una cosa l’hanno azzeccata i rossoblu: hanno ridotto i posti a sedere, saggia decisione considerando che i nuovi ultras prediligono il divano alle buone vecchie curve dietro la porta.

Cominciamo dalla capitale, dove la Roma ha da poco annunciato il mega-stadio da 60.000 posti che manderà in pensione l’Olimpico. Per mister James Ballotta sarà pronto nel 2016; ma in tema di costruzioni si sa, carta non sempre canta. E non cantano nemmeno i cugini laziali, per cui non esiste nemmeno uno schizzo di progetto disegnato a lapis, con Lotito che fa sempre più l’evasivo sulla questione.

Spostiamoci a Firenze, dove la premiata ditta Renzi-Della Valle sembrava aver risolto almeno il nodo del terreno su cui edificare (per chi di Firenze se ne intende, sarà la Mercafir vicino all’aeroporto). Mancano i dettagli, è questione di tempo, ci vuole poco: ho perso il conto di quante volte ho sentito o letto queste parole. Il progetto c’è, ma le ruspe ancora non si muovono. E il Franchi, per quanto ne sia affezionato, è oggettivamente obsoleto: il famoso “formaggino”, settore ospiti, sembra più un recinto per le pecore.

Palermo: Zamparini annunciava nel 2011 un nuovo gioiellino da 35mila posti nella zona dello Zen, sentenziando pure: “Il nome varrà da solo 5 milioni di sponsorizzazione, sarà pronto in soli sei mesi e avrà anche un cinema”. Un bel film, dunque, ma visto alla radio. La casa dei rosanero è ancora il buon vecchio Barbera, più vecchio che buono, e di operai al lavoro nemmeno l’ombra. Siamo alle solite, terraferma o isola che sia.

Anche a Napoli pensano a un nuovo stadio, nonostante il San Paolo tenga botta grazie al calore sempre focoso della sua “torcida”. Il sindaco De Magistris ha sempre sostenuto di “voler chiudere il suo mandato con un nuovo impianto per il Napoli, che sia il San Paolo o una struttura ex-novo”. Il terreno c’è ed è in zona Ponticelli, quello che non torna è che sullo stesso terreno ci sono in progetto un palazzetto dello sport e ulteriori grandi edifici. Fanno uno stadio o un campetto da basket nei giardini comunali? Azzardo un’ipotesi: non era forse meglio buttar giù quelle cavolo di Vele di Scampia per trovare spazio? Avremmo tutti preso i classici due piccioni con una fava, non trovate?

In questo mio lungo post ho dato un occhio ai casi più eclatanti, ma un po’ tutti gli stadi andrebbero ammodernati, San Siro compreso. Un consiglio da tifoso per patron e sindaci nostrani: fate pure il vostro stadio, che sia in centro o a 20 km, che sia “natural” o sintetico, che sia con le poltroncine o gli sgabelli, ma fatelo, fate partire i lavori. Fatelo sicuro e senza troppi fronzoli, fatelo coperto e bello solido, e togliete le barriere, soprattutto quelle architettoniche. Fate promozioni, sconti e convenzioni, soprattutto per famiglie e ragazzi.

E se non basta, andate a casa del lancia cori e levategli la smart card. Dategli un megafono e riportatelo in curva, che per quanto mi riguarda allo stadio sento davvero un silenzio assordante.
@saguresole

mercoledì 19 settembre 2012

Colpi di tacco, birre e sigarette e i caldi pomeriggi a parlare di politica

Socrates Brasileiro Vieira Sampaio etc etc., insomma Socrates, per gli amici o Doutor.
Socrates era un uomo diverso. Era completamente diverso dal resto del Brasile. Per Socrates il calcio non era la cosa più importante del mondo.
Pausa scenica per fare in modo che capiate l' entità di questa frase.
Socrates era un lungagnone di 1 e 93 allampanato e con un piedino minuscolo (38 ma c' è chi dice 37) ma sul quale Eupalla aveva dato un bacione grande così.
Tirato su a pane (poco) e cultura (tanta) in quel di Riberao Preto, un paesone dell' interno dello stato di Sao Paulo, alternava gli allenamenti con la squadra locale il Botafogo, ma non quello famoso di Rio bensì l' altro, e le lezioni all 'università.
Sì perchè "Crates" voleva diventare medico, più precisamente pediatra.
In quattro anni segna una caterva di gol attirando le attenzioni dei club più importanti del paese, ma fa il grande salto solo dopo aver conseguito la laurea.
Tra il '78 e l' 84 in 300 partite segna 172 gol con la maglia del Corinthians ma soprattutto diventa il simbolo della DEMOCRACIA CORINTHIANA.
Stiamo parlando degli ultimi anni di una pesante dittatura militare e tutto il Brasile era pervaso da un nuovo spirito democratico rappresentato magistralmente dall' autogestione del Corinthians: tutte le decisioni venivano prese per votazione e tutti i voti avevano pari dignità da quello dei dirigenti fino all' ultimo dei magazzinieri.
Il loro motto era VINCERE O PERDERE, MA SEMPRE CON DEMOCRAZIA.
Sembra incredibile ma questa pazzia funzionò e non solo sul campo, infatti il Timao vinse due titoli Paulistas consecutivi, ma soprattutto riuscirono a risanare i conti del club.
Si fecero portatori dei valori democratici che il popolo brasiliano rivendicava e prima ancora che le maglie storiche dei club venissero profanate con scritte pubblicitarie in nome di un dio chiamato denaro, il Timao usò le proprie come veicolo per quei valori rivoluzionari scrivendo sulla propria divisa la parola DEMOCRACIA.
E' in questo periodo che la figura di Socrates assunse contorni leggendari, egli non  era un atleta, era principalmente un uomo politico  che usava un talento calcistico smisurato per propagandare il suo pensiero.
E il popolo lo amava, gli venne assegnato quello che probabilmente è il soprannome più bello di sempre: o carcanhar que a bola quediu a Deus, il colpo di tacco che la palla chiese a Dio. Pura poesia carioca, quel misto di allegria e nostalgia che solo la lingua portoghese può trasmettere.
Dopo l' esperienza al Corinthians si trasferì in Europa, nella magnifica Firenze di Antognoni.
Ma non ebbe la stessa fortuna che trovò a casa. Il nostro calcio non lo ha mai capito e neanche lui ha mai capito noi.
Colpi di tacco, birra e sigarette, l' ordine sceglietelo voi, ma comunque un uomo straordinario che una volta appese le scarpe al chiodo si dedicò alla medicina ed esercitò come pediatra.
E' vero che non venne mai pienamente apprezzato come calciatore a Firenze ma restò comunque l' impressione di aver avuto a che fare con un uomo fuori dal comune. Quando si spense il 4 dicembre 2011 laggiù dall' altra parte del mondo, qui a Firenze pioveva e per uno strano scherzo del destino molti di noi erano allo stadio, sotto una pioggia insistente si levarono migliaia di pugni chiusi verso il maxischermo che raffigurava il dottor Socrates e in un abbraccio silenzioso sussurrammo fra noi: Obrigado Doutor...
Fedde